Riflessioni presenti per una proiezione mancata
La teoria del tutto: tra scienza, Dio e giustizia
“tutto quello che innalza converge”(Flannery O’Connor)
Avrei dovuto presentare il film La teoria del tutto a Vicenza, la sera del 29 ottobre 2025, in un incontro con i colleghi avvocati e con il PM Blattner. Purtroppo, la proiezione è saltata: al momento della scelta il film era disponibile, ma da qualche settimana non lo è più.
Un piccolo disguido tecnico, certo, ma forse non è un caso: perché questo film — che non ho scelto, ma che mi ha scelto — merita di essere visto e meditato. È facilmente reperibile sulle principali piattaforme. Infatti lì l’ho acquistato e visto. Il tema mi affascinava, vari anni fa avevo letto sul tema un’opera importante.
1. Il dialogo tra Dio e la scienza
Negli anni Novanta mi ero imbattuto in un libro del filosofo Jean Guitton, scritto in forma di dialogo con due astrofisici. Affrontava proprio il problema del rapporto tra Dio e la scienza, suggerendo che la contrapposizione tra fede e ragione è in gran parte un falso problema.
Per chi cerca le storie e non le contrapposizioni, emergono da sempre convergenze feconde. È in atto, infatti, una nuova scienza che assomiglia per vari aspetti ad una ricerca spirituale.
La fisica quantistica ci mostra che l’osservatore è parte integrante del campo che osserva. L’atto stesso di osservare modifica la realtà. È un’intuizione che, in modo sorprendente, avvicina la scienza al credente: anche la fede, in fondo, è un atto che trasforma.
Stephen Hawking, protagonista del film, ha incarnato questa tensione: la sua teoria dei buchi neri ha aperto orizzonti che oggi si intrecciano con la teria dei buchi bianchi di Rovelli, segni di un cosmo più complesso e dinamico di quanto potessimo immaginare.
Hawking, che non si riconosceva in una professione religiosa, ha scelto alla fine per sé un rito anglicano al funerale, .la religione della moglie. È un gesto che non cancella le domande, ma le mantiene aperte: anche la scienza, nella sua fiducia nell’infinito, è una forma di preghiera.
E come diceva lo stesso Hawking:
“Ricordatevi di guardare le stelle e non i vostri piedi.
Per quanto difficile possa apparire la vita, c’è sempre qualcosa che è possibile fare, e in cui si può riuscire.”
2. Antropologia, sacrificio e i “tunnel” tra Dio e la scienza
Oltre la fisica, c’è un’antropologia che oggi trova nuova linfa nelle Scritture e nella tradizione giudaico-cristiana.
Penso all’antropologo René Girard, che ha rivelato il meccanismo del capro espiatorio: come il desiderio trasformi l’altro prima in modello, poi in rivale e infine in vittima innocente. È un’idea che attraversa anche le relazioni quotidiane — quelle famiglie dove fratelli e sorelle si contendono eredità, affetti, riconoscimenti. Le Scritture rivelano che i due fratelli non lottano perchè sono diversi ma perchè sono uguali e se uno non riconosce il legame che li parifica e accomuna l’altro diventa bersaglio e capro espiatorio. Solo le Scritture sanno riconoscere nell’altro colpito con violenza, nel capro l’agnello di Dio, la violenza operata da quelli che “non sanno quello che fanno”
Nel film, la dinamica ” porosa” tra Dio e scienza si riflette in tre “tunnel” che uniscono i due poli:
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Nella relazione d’amore tra i protagonisti, segnata dal sacrificio e dall’accettazione della fragilità.
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Nella Genesi, dove si parla di una materia “informe e vuota”, già aperta alla possibilità di creazione.
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Nel dolore accolto dalla protagonista del film: la moglie credente sceglie di amare tutta la persona dell’altro, senza condizioni, non solo il suo aspetto, la sua intelligenza creativa o la sua forza.
Chi guarda il film potrà scoprire altri tunnel, personali, forse più nascosti. È un’opera che non impone risposte, ma apre passaggi.
3. Diritto, etica e trascendenza, anche per l’esperienza giuridica
La domanda che avrei voluto porre al pubblico era: interessa Dio all’esperienza giuridica?
Non solo come fondamento etico, ma come parte viva dell’esperienza della persona. La morale per molti fonda il diritto, ma il mio professore di diritto privato non voleva saperne sostituendo l’esteriorità alla etica nel diritto . Ma i maggiori i positivisti come Kelsen sostenevano che serve una grundnorm, un fondamento. il problema è fondare il fondamento
Grandi giuristi del Novecento avevano cercato il fondamento. Giuseppe Capograssi, primo membro della Corte Costituzionale, vedeva nella religione il completamento dell’esperienza umana, laddove la vita si trova sbarrata. Nel quotidiano vedeva le possibilità del sacrificio di sè, sull’esempio di Cristo.
Francesco Carnelutti scriveva che “l’alba sorge al tramonto”, non c’è solo la dimensione della ricerca umana ma anche quella che contiene supera ogni relazione umana, come si intuisce nell’opera d’arte, prova del trascendente. E nell’attività professionale, nelle relazioni trovava il modo per riconoscere quella trascendenza incarnabile
Piero Calamandrei, pur non riconoscendosi in una professione religiosa, attingeva da una antropologia religiosa che anticipa l’attenzione alle vittime e alla compassione: intevenendo sul dibattito se la croce dovesta stare nell’aula giudiziaria affermava che la Croce doveva stare davanti ai giudici, non alle loro spalle: segno della vittima innocente da riconoscere.
E l’avvocato ebreo Alan Dershowitz, con il suo libro Rights from Wrongs, sosteneva che il diritto nasce dagli errori subiti, e potremmo dire dalle “croci” che pesano sulle spalle dell’umanità.
Persino la grande teologa Hannah Arendt riconosceva che per risolvere il problema del passato che ogni uomo ha bisogno di essere perdonato, e che Gesù è stato il primo a insegnarlo.
Quando il diritto fallisce, può essere l’affettività a supplire — quella forma di giustizia che nasce dal cuore. L’affettività può compensare l’inefficacia
4. Convergenze e speranze
Anche i giuristi, come gli scienziati, si ammalano e muoiono.
La vita non si lascia ingabbiare dalle categorie: la logica non basta, la sola etica non consola fino in fondo.
Eppure, tra le pieghe della storia e della conoscenza, si intravedono indizi di convergenza: credenti inconsapevoli continuano a cercare, scienziati che scoprono la spiritualità nel profondo della materia, pensatori che uniscono. Anche il sedicente ateo Richard Dawking, dopo gli incontri con Jordan Peterson, si riconosce come cristiano culturale
Da ultimo, penso al vicentino Federico Faggin, padre del microprocessore e oggi ricercatore della coscienza: in lui si mostra un’ esperienza di spiritualità con basi scientifiche, una nuova interpersonale “teoria del tutto” che include anche il libero arbitrio e la coscienza e sono delle costanti personali che si sottraggono alla morte del corpo per cui c’è speranza anche dopo la morte. Peraltro la coscienza è sempre stato il punto fermo del neo dottore delle Chiesa John Henry Newman e il libero arbitrio uno dei capisaldi della Dottrina Cattolica.
Poi tra i credenti alcune persone accettano miracolosamente le loro malattie come il nuovo santo Carlo Acutis, o la beata chiara Luce Badano: davanti ad una vita stroncata dalla malattia in gioventù nell’amore trovano una via, una speranza per tutti. Lo ha fatto la prima moglie di Hawking nel continuare ad amare Stephen dopo la malattia e lo stesso Hawking nel continuare a conoscere dopo una diagnosi di due anni di vita
Così c’è un cammino che il film può suggerire con delicatezza: la scoperta che, forse, Dio e la scienza non sono poli opposti, ma due sguardi sul medesimo mistero, non solo oggetto ma, forse, misterioso soggetto.
Invito alla visione:
La teoria del tutto resta un film emozionante, profondo, capace di parlare tanto alla mente quanto al cuore.
Guardarlo oggi, alla luce di queste riflessioni, può diventare un atto di conoscenza, comprensione di chi ha un modo diverso di credere, riconciliazione nell’amore. Resistente speranza.


