Articoli, Possibilità

Un dialogo illuminante

 

Carnelutti, Capograssi e la nascosta soddisfazione del bene.

Cerchiamo i motivi

(aggiornamento 25 luglio 2026)

Nell’ultimo capitolo de La strada, una delle opere più significative di Francesco Carnelutti, il grande avvocato ricapitola la propria vita con sorprendente semplicità. Non chiude un sistema giuridico, ma apre una riflessione essenziale sul senso e la ricompensa  dell’agire umano, oltre la tecnica del diritto.

 

 

 

È in questo contesto che affiora un dialogo raro e prezioso con Giuseppe Capograssi: 

Carnelutti afferma quella che considera la sua scoperta più alta: chi fa il bene avrà del bene, chi fa il male riceverà  del male. Sembra la legge del karma così presente nei social. Ma il giurista friulano non è mosso dal dialogo interreligioso,  Il bene, scrive, non si perde. In qualche modo rende partecipi e  sovrani del futuro. Non è una teoria, ma una convinzione maturata nell’esperienza e nella Tradizione fondamentale del cristianesimo. 

Questa affermazione convive con una verità materiale solo apparentemente contraddittoria: l’amore appare “in perdita”. I giuristi dogmatici lo riconoscono quando individuano nell’animus donandi l’elemento essenziale della donazione: impoverimento e arricchimento. Donare significa agire senza pretesa di ritorno, accettare una perdita consapevole. Non è un limite del dono, ma la sua forma. 

Tuttavia, questo amore non svuota chi lo pratica quando è vissuto dentro un piano spirituale,  una fede viva. Chi opera il bene senza garanzie non agisce nel vuoto, ma nella consapevolezza di essere già amato, prima, dal Padre. Il dono non nasce dalla mancanza, ma da una pienezza ricevuta,  a momenti  sperimentabile e nel dono si può trasmettere. Anche la gratitudine aiuta: libera dall’ansia del risultato e rende possibile un amore fedele, non calcolato.

Alla confidenza di Carnelutti, Capograssi risponde con il Vangelo, con le parole di Gesù: “Ti benedico o Padre perchè hai nascosto queste cose ai sapienti e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli”. La verità del bene non si impone con la forza del sapere, ma si riceve nella semplicità.

1 I piccoli  debbono chiedere e ricevere prima amore dagli altri

2 i piccoli partecipano per primi alle verità fondamentali della vita: il loro scarto percepito nella verità e questa verità comunicano agli altri che sono illuminati dalla luce(lo Spirito)  che li fa vedere. L’amore  può soccorrere i piccoli quando si apre il cuore.

La verità si rivela mostrando i piccoli, la vittime secondo Renè Girard:  c’è un supplemento conoscitivo nel Vangelo, la rivelazione della loro presenza, spesso nascosta dai carnefici, le vittime la percepiscono per prime . Come nei fenomeni di bullismo: più persone insieme si accaniscono su una per colpirla e nasconderla. La verità si dirige prima di tutto alle vittime e le consola, poi ai carnefici che dalle Scritture potranno rendersi conto di quello che fanno. Questa verità è stata sperimentata da Capograssi e Carnelutti in modo esperienziale ed esistenziale senza teorizzarla(ne accenna Capograssi alla fine dell’Introduzione della vita etica e in Carnelutti nella prefazione al suo vita di avvocato) 

Nei Pensieri a Giulia  Capograssi sottolinea il valore presente dell’azione benevolente al vertice dell’esperienza umana, in altri casi pone una domanda radicale: che cosa si ama, se non si ama l’amore? Ovvero: con che cosa si ama, se non si ama Dio?

Anche Carnelutti, restando sensibile a una giustizia finale, giunge a una conclusione affine: “Se si ama Dio, Dio è con te”; lo  scrive nella Meditazione sull’Ave Maria. Il bene non promette risultati, ma presenza.

Si dirà che l’amore resta fragile e apparentemente inconcludente. Ma che mondo sarebbe — se ancora ci sarebbe — senza il Dio-amore? Jean Guitton ricordava che ogni atto d’amore lascia un’impronta nell’universo. È l’amore che dà al mondo una direzione, un verso: l’amor che move il sole e l’altre stelle.

La strada, l’opera complessiva di Carnelutti e Capograssi non promettono vittorie. Indicano una linea esigente: quella di chi, anche solo per un attimo (c’è la gioia) e/o  in prospettiva , è appagato dal bene in quanto bene. È la linea evangelica della beatitudine: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. La mitezza non è debolezza, ma forza presente, trattenuta. C’è un dono speciale per ognuno  nel realizzare il bene e a quello bisogna tenere fede, insieme alla tribolazione c’è una soddisfazione individuale nel tentare di realizzare quel bene, solo per quello si lotta, sul resto si può pensare, compatibilmente con il proprio status, di essere apparentemente arrendevoli.

Conseguentemente, Carnelutti e Capograssi convergono su un punto decisivo: il dovere precede il diritto. Il diritto viene dopo, come tutela; il dovere viene prima, come responsabilità inerente alle proprie potenzialiytà e responsabilità. Per questo il bene non si impone, ma si serve, con determinazione, seguendo un’autorità fondata sull’autorevolezza morale e non sul potere.

Forse è questa, oggi più che mai, la vera fecondità  del bene, quella che ricorda anche il Natale dove gli ultimi, i pastori e la Sacra Famiglia  che vive l’esperienza dei profughi,  trovano riscatto e centralità. Non perchè, in generale, siano migliori degli altri* ma perchè gli scartati, nella loro esistenza allargano la visione (riscoperta della verità nascosta) e nella loro  resistenza e apertura, possono aiutare gli altri, nell’apertura e nella prudenza,  a diventare migliori, insieme (mostrando quella dilatazione di cuore che è il vero amore). 

*e infatti nell’attualità si pone il problema drammatico anche della tutela generale  delle altre persone  quando gli scartati prima  innocenti (non nocens) non lo sono più.

Stato: prima bozza in formazione, i due grandi giuristi intuiscono nel dialogo ma non spiegano la centralità dei piccoli 

Giorni: Natale, momenti di disorientamento in cui ci sente (con un difetto di percezione) tagliati fuori