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Tommaso Moro, un difensore per tutte le stagioni: tra distinguo e beatitudini possibili

Il 22 giugno si ricorda S. Tommaso Moro. pochi ricordano che prima di diventare cancelliere del re è stato anche avvocato. Ha scritto molto ma vorrei ricordare tre suoi contributi nelle sue   impressionanti parole adatte per dare un sostegno in situazioni difficili. Poi  ognuno  può recepire quelle che sono più adatte alla sua situazione.  Anche  l’eroica resistenza che conclude la sua  vita è piena di significato e forza, anche per un avvocato e per qualsiasi difensore.

1 un distinguo:

“Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto l’intelligenza di saperle distinguere” (frase ripresa da  John Fitzgerald Kennedy)

Come ha rilevato un collega la frase è di incerta attribuzione. Mi sono fidato dei numerosi siti che lo attribuiscono e mi sembrava conforme sia ai contenuto delle  opere di Moro sia alle sofferte scelte prese nella sua vita. Non è escluso che comunque Moro da dotto studioso  abbia ripreso la distinzione da altri. Il distinguo dei piani come sistema di soluzione dei problemi è stato ripreso dal civilista pragmatico Francesco Galgano che vedeva nel distinguo l’ultima risorsa possibile per il giurista. Lo ha ripreso anche  il filosofo Jean Guitton   che vedeva la possibilità di scorgere su uno stesso argomento l’intersezione dei due piani distinti. Con particolare riferimento all’amore umano affermò significativamente: ” Non è che certi problemi non hanno soluzione, il problema è che la soluzione ha la forma della croce”, caratterizzata appunto da una incrocio di piani.

2 Le beatitudini ravvicinate

Le beatitudini evangeliche vengono spesso considerate parole troppo alte e troppo difficili da realizzare per il rovesciamento che comportano. Sembra che Tommaso Moro lo sapesse e per avvicinarci ad esse ne ha create alcune che si avvicinano al senso comune:

“Beati quelli che sanno ridere di se stessi, perché non finiranno mai di divertirsi.
Beati quelli che sanno distinguere una montagna da un ciottolo, perché eviteranno molti fastidi.
Beati quelli che sanno riposare e dormire senza trovare scuse: diventeranno saggi.
Beati quelli che sanno ascoltare e tacere: impareranno cose nuove.
Beati quelli che sono abbastanza intelligenti per non prendersi sul serio: saranno apprezzati dai loro vicini.
Beati quelli che sono attenti alle esigenze degli altri, senza sentirsi indispensabili: saranno dispensatori di gioia.
Beati sarete voi se saprete guardare seriamente le cose piccole e tranquillamente le cose importanti: andrete lontano nella vita.
Beati voi se saprete apprezzare un sorriso e dimenticare uno sgarbo: il vostro cammino sarà pieno di sole.
Beati voi se saprete interpretare sempre con benevolenza gli atteggiamenti degli altri, anche contro le apparenze: sarete presi per ingenui, ma questo è il prezzo della Carità.
Beati quelli che pensano prima di agire e che pregano prima di pensare: eviteranno tante stupidaggini.
Beati soprattutto voi che saprete riconoscere il Signore in tutti coloro che vi incontrano: avrete trovato la vera luce e la vera sapienza”.

Mi sembrano Beatitudini adatte a chiunque. Anche quella che parla di Carità: il riferimento al maggior bene è ormai comune, anche  nei pretesi indirizzi dichiarati della politica per sostenere ogni azione, in particolare lo Stato, come ha evidenziato il giurista Capograssi.  

Anche la beatitudine che parla della preghiera non è necessariamente confessionale:  secondo il filosofo Wittgenstein  “pregare è pensare al senso della vita”. 

Per i giuristi: alle volte difendere una persona significa proprio dare un senso al proprio pensare, cioè a quella fase del lavoro spesso molto impegnativa in cui si elaborano i fatti raccolti, le volontà, le norme e si cercano le soluzioni dei problemi. E, con riferimento all’ultima beatitudine, ognuno può riconoscere nell’altra persona sia essa un amico o un assistito il bene, e quell’interesse meritevole di tutela di cui riconosce la signoria nella sua vita professionale, ad esempio e precisamente  nel campo contrattuale (1322 c.c.).

(1.  continua)

 

 

giorno: 22 giugno

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