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41 Davanti alle accuse dell’assistito: alcune idee da Capograssi…

  • Nella professione intellettuale, e anche nelle comuni relazioni umane,  in certi casi, quando sono grandi le difficoltà e certe scelte sono state dettate non nell’interesse vero dell’assistito ma dall’assistito  l’immaginazione accresce il pessimismo, l’angoscia e si vive male. Si vorrebbe essere altrove, non qui, non adesso. Spesso allora, dopo aver fatto prudente memoria delle indicazioni ricevute,  conviene scrivere  i possibili attacchi  e iniziare a costruire plurime linee di difesa ridimensionando il disagio e illustrando i diversi percorsi che hanno portato alla diversa visione della vertenza. Una trincea scritta, logicamente e/o normativamente presidiata, è una buona difesa contro gli assalti di una legione temibile di pensieri. Quelli che determinano  l’ansia e la paura. Mettendo nero su bianco le possibili concrete minacce queste si ridimensionano. “L’anima deve aprirsi all’invasione di ciò che le è estraneo.. affinché il nostro essere autentico sorga e si mostri, non come una fragile costruzione protetta dalla nostra timidezza, ma come la nostra rocca, il nostro granito incorruttibile” (Gomez Davila).

In altri casi è meglio o è da affiancare altra strategia.  Perché l’elenco delle giustificazioni non basta, specie in situazioni in cui sono coinvolte più persone. Poi, per certi aspetti,  excusatio non petita fit accusatio.

Forse Capograssi, il grande filosofo del diritto, può  suggerire una seconda strategia. Come Francesco Carnelutti dedica alcuni passi dei suoi libri per spiegare  certe scene del Vangeloe per ricavare alcuni insegnamenti applicabili in molti campi.  Nella lettera del 30 giugno 1919 alla fidanzata Giulia spiega la supremazia di Pietro nella Chiesa, “il primo a credere, a obbedire, a  pentirsi dell’abbandono in cui hanno lasciato il Signore. In questo modo Pietro vede la vittima del suo abbandono. link.

Il pentimento accade quando Pietro  incontra il volto della persona abbandonata (Gesù) che non lo condanna ma piuttosto lo ama ancora. Come ha meglio scritto l’antropologo Girard:”Subito dopo il terzo rinnegamento, Pietro sente un gallo cantare, e si ricorda della predizione di Gesù. Solo allora egli si rende conto del fenomeno di folla al quale ha partecipato. Il primo degli apostoli credeva orgogliosamente di essere immune da qualsiasi infedeltà verso Gesù. Lungo tutti i Vangeli sinottici Pietro è lo zimbello inconsapevole degli scandali che lo manipolano a sua insaputa. Rivolgendosi alla folla della Passione qualche giorno dopo, egli insisterà sull’ignoranza di coloro che erano posseduti dal mimetismo violento, e dirà questo con cognizione di causa. Nel suo Vangelo Luca, nell’istante decisivo, fa traversare a Gesù il cortile sotto la custodia dei soldati: i due uomini si scambiano uno sguardo che trafigge il cuore di Pietro. La domanda che Pietro legge in quello sguardo – “Perché mi perseguiti?”-, Paolo la sentirà dalla bocca stessa di Gesù: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”. Il verbo “perseguitare” è presente anche nella seconda frase di Gesù in risposta alla domanda di Saulo: “Chi sei, Signore? – Io sono Gesù, che tu perseguiti!” (Atti 9, 1-5).

Quando si vede il soggetto passivo delle nostre azioni o sottili persecuzioni e questo non risponde in modo impulsivo, reattivo e simmetrico si aprono nuovi processi. Così come ha scritto il filosofo Jean Guitton “Se l’intelligenza definisce i rapporti (e può addirittura prevederli n.d.a.) la pietà restaura i legami”.

In questi  casi, tornando a vertenze quotidiane e concrete, può accadere di rendersi conto se ci si è lasciati trascinare da una folla di pensieri anche se si è dominata, alla fine, con la messa in ordine dei pensieri. Ma bisogna anche correggere  la propria azione: alla costruzione di una trincea si può affiancare la consapevolezza dei propri limiti e confidare nella relazione  possibile, vera e autentica con l’assistito che può tornare successivamente alla ragione (alle volte si vuole solamente sfogare più che accusare). Roma non è stata costruita in un giorno.

Nello stesso tempo altre persone che possono aiutare con il loro speciale contributo (colleghi, tecnici  o enti) e mostrare che  dentro al nostra debolezza non abita solo la polizza assicurativa o rassicurativa ma anche una fortezza non nostra, ricevuta da altri.

 

 

 

 

Pietro pentito della sua superficiale adesione  arriverà a  dare il suo sangue per quello in cui credeva, nel tempo rovescia completamente il suo comportamento di abbandono  in eroica difesa (sia dinamica che statica) e arriverà a subire la crocefissione. Come nel celebre dipinto di Caravaggio presente nella Chiesa di S. Maria del Popolo a Roma.

Nella sua collocazione,  come ha scoperto Andrea Lonardo, Pietro guarda ora all’Eucarestia, cioè all’ostia, alla vittima innocente di cui lui ripete l’esperienza. Sarà  martire cioè, secondo il significato della parola greca martyr, testimone. Caravaggio ripete la visione di Pietro crocifisso che aveva trovato in Michelangelo

  • Sia per noi memoria per vivere in modo resistente motivare una cruciale difesa memorabile,  umana ma perfettibile, in un sempre più appassionato  work in progress. Interessante che la croce è fatta dal proprio lavoro (falegname era Cristo e nel momento culminante della sua vita ha accettato il suo sacrificio sopra uno strumento di lavoro). Si può  confidare  non solo in noi stessi, ma nell’amore che si realizza veramente nel momento in cui il professionista accetta la sua  croce e quindi comprende la visione degli altri. Lo ha scritto in modo memorabile Giuseppe Fornari  nel suo libro Storicità radicale.

 

Stato: bozza

Temi: accuse e difese: linee e relazioni; esempio di Pietro in Capograssi ( seguirà post su  Carnelutti; Calamandrei e post con sequenza operativa)

giorni: Venerdì santo e ogni giorno di via crucis professionale, ricordando S.Pietro

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