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Il giurista e il mondo davanti alla sofferenza : una Passione può aiutare secondo Capograssi… le prove americane……

 Il vero Dio muta la violenza in sofferenza (S.Weil)

Alle volte la vita ci mette un po’ in croce. A marzo 2020 il mondo è smarrito e angosciato  davanti al virus Corona tra minacce, malattia e morte. Ci sono sempre state ma ora è sono davanti a noi e si si servono di quei mezzi che in geneere usavamo per allontanarle. Riprendo pertanto in mano questo breve articolo scritto per la sofferenza individuale e vi trovo una risorsa anche per il disagio collettivo: se il dolore individuale è affrontabile anche questa angoscia collettiva può essere sostenuta.

Nella storia, in queste circostanze dolorose non solo individuali, tra guerre e pestilenze  molti hanno   trovato conforto nel racconto della Passione di Cristo.

 

Ricordo il caso di un malato terminale che avevo visitato: si sentiva confortato perché i suoi dolori erano stati condivisi dal Dio fatto uomo in cui credeva e così poteva essere in comunione con lui e dare un significato alle sue sofferenze così autorevolmente condivise.

Un altro collega avvocato,  dopo un grave incidente in moto, mi disse che nell’immobilità ospedaliera anche lui  aveva trovato conforto nell’offrire queste sue sofferenze per il bene di un’altra persona, un principio che aveva appreso da varie letture, anche con riferimenti cristiani. Forse questa possibilità vale anche per dolori più sopportabili e comuni.

 

Anche il filosofo del diritto Giuseppe Capograssi ha avuto lo stesso pensiero. ai tempi in cui la febbre spagnola attraversava l’Europa con milioni di morti scriveva: “Ogni uomo che soffre ingiustamente diventa un poco come Dio in croce” (6 giugno 1920)

Tuttavia la fonte di questa condivisione, il racconto  della Passione di Gesù Cristo e  della sua crocifissione viene generalmente messo in discussione nella sua rilevanza e verità. Da un lato accade che  una generazione occupata da altre passioni  ritiene la Passione lontana o non così rilevante, dall’altro molti credenti frettolosi di arrivare al decisivo, rassicurante lieto fine non vogliono attraversare il  dramma atroce di un povero cristo, i momenti terribili che avrebbe affrontato. E  alla fine si mette in dubbio la rilevanza della Passione di Cristo: forse Gesù avrebbe potuto morire in altro modo, l’unica cosa che conta sarebbe quello che è avvenuto dopo la sua morte. In tal modo le sofferenze atroci che attraversano l’esistenza di molte persone non trovano una condivisa copertura di significato, sarebbero sfortunate parentesi di persone da cui allontanarsi per non esser “contagiati”. Queste parole scritte due anni fa ora non hanno più bisogno di virgolette

Vediamo anzitutto se gli eventi  tramandati, poi ripresi dai grandi artisti (ad es. Caravaggio in queste figure), sono supportati da una narrazione attendibile anche per un giurista e quindi possono essere conforto anche per lui.

Il grande antropologo Renè Girard ha scritto: “La mente umana è incapace di apprendere la verità mediante un solo testo: per una medesima verità gliene servono quattro”(in La pietra dello scandalo). I 4  racconti ci sono, ci sono  4 narratori diversi: 4 Vangeli, Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Sembra tuttavia che il grande antropologo abbia estratto il principio di verità proprio dal contenuto e dal contesto dei racconti: i  4 Vangeli. Resta tuttavia il principio generale, fatto notorio, per cui un evento, in questo caso la Passione,  se è riportata da diverse fonti diventa più credibile.  Ma i Vangeli sono veramente prove valide? Prima di altre considerazioni sul determinante punto di vista alcune valutazioni importanti, processuali  sono fatte in un recente film dove  un attore recita  se stesso, un detective della Sezione Omicidi che si è occupato di quei lontani eventi con criteri oggettivi. Forse vale la pena guardare il clip realizzato con il consueto slancio americano

 

 

 

 

 

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