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34. Contro la violenza e la pandemia: nello sguardo impossibile ritratto da Leonardo da Vinci

(aggiornamento 9 aprile 2020)

 

“…Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà” (Giovanni 13,21)

 

Una speranza dentro l’angoscia  da uno sguardo impossibile visto e riprodotto da Leonardo da Vinci (i racconti della Passione n.3)

Leonardo da Vinci ha illustrato con immagini immortali il racconto dell’Ultima Cena. Il 2 maggio 2019 a 500 anni dalla morte di Leonardo l’ho ricordato ai colleghi avvocati chiamando uno dei più grandi esperti al mondo, capace di  trovare particolare capaci di rinnovare la potenza di certi capolavori. Questa forza rimessa in moto ci può aiutare particolarmente in questo periodo di angoscia e sofferenza generale a causa della pandemia globale

L’esperto chiamato  lo ha esaminato Leonardo  anche avvalendosi delle più originali scoperte del Novecento, tenendo conto della storia della filosofia, della storia di Leonardo da Vinci e della personale visione degli eventi che ha avuto un grande pittore che ha attraversato eventi molto dolorosi nella sua vita (ha vissuto tra l’altro la dolorosa separazione dei suoi genitori, il padre di Leonardo Piero da Vinci allontana la madre Caterina). ll  suo Autoritratto è indicativo del dolore che lo ha attraversato.

 

Con questa lente di ingrandimento dentro la visione di Leonardo da Vinci si illumina  lo sguardo più importante della storia dell’arte.  Lo sguardo di Gesù. Leonardo in Gesù, dentro il suo dolore, trova una  via, il modo per affrontare la sue sofferenze inevitabili. Così lo ha  descritto il professor Giuseppe Fornari (nella foto al centro) che insegna storia della filosofia rinascimentale all’Università di Verona

 

 

 

 “La sua espressione è di sofferenza profonda. Gli occhi guardano verso il basso, evitano di incrociare lo sguardo degli apostoli. In questo momento Gesù, che ha appena pronunciato la frase (“uno di voi mi tradirà”) perché la sua bocca è ancora socchiusa, non vuole guardare nessuno. La sua tristezza è talmente profonda che la parola che viene spontanea per descriverla è “angoscia”. Ma il viso di Cristo non è soltanto angosciato: sul suo viso c’è una tristezza mortale, ma nello stesso tempo vi è qualcos’altro, perché, se ci fosse solo angoscia, come potremmo noi salvarci dalla nostra? L’altra cosa che si può osservare sul viso di Cristo, e che lo rende così puro, così spiritualmente bello, è l’amore. Il volto di Cristo testimonia il dolore del tradimento, e testimonia l’amore verso chi lo sta tradendo. Ci sono entrambi gli aspetti, ma come facciamo a metterli insieme? Quando noi amiamo veramente, quando amiamo in maniera compiuta, come possiamo dire di essere angosciati? Perché, nel momento in cui noi amiamo, raggiungiamo il senso della nostra vita, la sua più grande e più vera pienezza. Di conseguenza, quando amiamo, non proviamo angoscia. Quando proviamo, voglio dire, un amore gratuito, che non chiede qualcosa in cambio. Allorché siamo angosciati, al contrario, ci sembra inconcepibile anche parlare di amore. È vero che c’è il dolore e l’angoscia di chi si sente ferito nel proprio amore, ad esempio nel caso della morte di una persona che amiamo. Ma se ci pensiamo bene, quando l’angoscia è soverchiante, dov’è l’amore per la persona che amiamo? Siamo disperati e basta, soffriamo talmente che l’amore per questa persona non riesce a farsi veramente sentire, diventa solo un motivo per addolorarci, per piagarci l’anima, per piegarci in due dal dolore. Ma se l’amore per la persona cara ritorna nella sua forza e pienezza originaria, allora, sia pure magari per pochi istanti, troviamo un senso nel nostro dolore, proviamo e scorgiamo qualcosa che non è solo angoscia, che non è solo disperazione. In breve, per l’uomo, per noi, o c’è angoscia e disperazione, oppure c’è l’amore, il che equivale a dire che o c’è la morte, perché manca il sostegno, il senso alla vita, o c’è la vita perché questo senso è vivo, è presente. Ma qui, sul viso di Cristo, ci sono entrambi gli aspetti. Come spiegare questa inaudita compresenza? La spiegazione è una sola da un punto di vista cristiano, ed è che Gesù è uomo e nello stesso tempo è Figlio di Dio….”(Giuseppe Fornari, in  sintesi da La violenza e il nulla)

Così L’ultima cena di Leonardo inizia a muoversi, inizia a commuovermi.  Testimonia una possibile presenza irriducibile dentro i drammi umani. L’amore dentro la violenza imminente, straordinario perdono prima della violenza, anticipata in un rito, dentro l’angoscia. Una speranza indistruttibile. Un atteggiamento a cui possiamo sempre tendere, anche nella difesa. Come frutto di una analisi orizzontale e artistica dell’affresco si fa strada, inattesa, la dimensione verticale della Passione di Cristo, spesso invocata ma mai così ben realizzata e illustrata, nei segni dell’arte. Vi è una resistenza che ci coinvolge. Come la resistenza dei circuiti elettrica è piena di energia. Trasmissibile. La sua dinamica coinvolgente ha affascinato tanti artisti, anche contemporanei. Come Andy Warhol:

Riguardo all’Amore non amato che continua ad amare se è stato illustrato da Leonardo, ben  è stato  scritto dal poeta medievale  Jacopone da Todi con la Lauda n. 39

Forse la distinzione tra amore sacro e profano si applica solo quando l’amore umano è  una pretesa di possedere, strumentalizzazione dell’altra persona. Quando l’amore umano obbedisce alle regole dell’amor cortese e cerca il bene dell’altra la distinzione non è così profonda: anche l’amore profano soffre le sue croci quando l’amore manifestato, dono e sacrificio, non è ricambiato. Ma in questo caso c’è la possibilità di comunione con la sofferenza e l’amore divino manifestato da Cristo abbandonato da tutti,  non dal Padre. Lo testimonia anche questa Laude che ci richiama a questa Grazia che si manifesta, con le sue modalità ancor oggi sottilmente presenti,  nella debolezza.

 Applicativi: l’arte e la poesia sono sorgenti da cui attingere in un periodo storico così particolare caratterizzato da tante sofferenze vicino a noi. L’arte ci dà segni resistenti di un amore che vince la ferita, la morte; la poesia tramanda con intatto fascino la forza di un amore incondizionato che trascende le dinamiche di maggioranza che guidano le scelte delle persone  

 

 

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