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Giuristi e fedeltà ai principi: quando il giurista martire Livatino scrive con la sua vita il discorso a Papa Francesco

Il 29 novembre 2019 in udienza privata il Papa ha ricevuto i giuristi membri del Centro Studi Livatino e di altre associazioni che si erano iscritti. Anch’io ho partecipato. Hanno  parlato anche i giornali dell’incontro del Centro Studi Livatino con il Papa: https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/11/29/news/papa-francesco-contro-l-eutanasia-il-diritto-di-morire-non-ha-basi-giuridiche-1.38031172

La stampa non ha evidenziato che  il Papa era molto, molto debole e parlando a bassa voce si faceva fatica a capire.  Qualcuno ha ravvicinato il microfono ma il Papa pesantemente affaticato lo ha allontanato. Forse perché il suono amplificato della sua voce gli sarebbe ripiombato addosso. Il discorso del Papa è stato comunque di vigoroso contenuto. La forza e l’esempio del martire, il giurista Livatino, il magistrato ucciso dalla mafia nel 1990, ha dato al discorso del Papa la forza  e la penetrazione di  un richiamo forte ai principi che non è stato il motivo dominante in Papa Francesco. Lo stesso Papa  cerca infatti di avere di solito un approccio molto delicato nei confronti delle persone comunicando anzitutto l’amore. Anche per questo il suo messaggio va letto insieme al messaggio dei suoi predecessori che lo completano.

https://www.centrostudilivatino.it/discorso-del-santo-padre-francesco-ai-membri-del-centro-studi-rosario-livatino/

Qui una delle frasi finali più importanti di un discorso che vale per tutti: “Cari amici, la concordia è il legame tra gli uomini liberi che compongono la società civile. Col vostro impegno di giuristi, voi siete chiamati a contribuire alla costruzione di questa concordia, approfondendo le ragioni della coerenza fra le radici antropologiche, l’elaborazione dei principi e le linee di applicazione nella vita quotidiana”.

Per una fatalità nel biglietto personale che avevo preparato prima dell’incontro  e ho dato poi a Papa Francesco c’erano proprio le idee di questa frase. 1 C’era la ricerca di una  concordia fondata su una antropologia approfondita, su  radici fondamentali di relazione  con le quali andare incontro a a tutte le persone, non solo a quelle la cui emarginazione materiale è evidente. Ci sono vittime nascoste nelle dinamiche di relazione e sono  persone che si sentono emarginate perché sono state coerenti nell’attenersi a certe  regole con riferimento ai comportamenti nell’ambito relazionale e morale e sono state ferite da persone più disinvolte.  Nell’apparente abbandono delle regole generali su cui un tempo la Chiesa insisteva nelle omelie, sembra a loro che sia rimasta accanto solo quelle verità di coerenza che ora non sentono difese. In questa situazione, queste persone, anche in mancanza di un riconoscimento del loro comportamento, corretto per molti aspetti, in mancanza di una adeguata antropologia sostituita dal buonismo, purtroppo sono poco propense a perdonare ed è un grave problema, avrebbero bisogno di un riconoscimento (altrimenti come si scriveva in un libro drastico e ironico le brave ragazze vanno in paradiso, le cattive dappertutto) 2: c’è la necessità per i giuristi, persone d’ordine  di ribadire regole e principi non per amore di una fissità ma per cercare di proteggere prima le  persone,  vittime potenziali per evitare che lo divengano realmente, in assenza il relativismo imperante già assorbito normativamente sarà non più mentalità dominante ma pensiero unico, 3: c’è per i cristiani  l’esigenza di dare linee generali che possono regolare la vita del cristiano per un’ecologia integrale  sia nella concretezza quotidiana dei rapporti umani che in un orizzonte più ampio, infinito, anche eterno. Li avevo scritti nella lettera personale che poi ho dato al Papa ma, forse, è come se qualche altro li avesse  prima dati all’estensore del discorso insieme al Papa. Papa Francesco ha ben ripreso il tema dei principi.  Come ha evidenziato anche uno dei più grandi coach della leadership, Stephen Covey, ci sono due etiche:  l’etica  della personalità, basata su un  atteggiamento esteriore che oggi è dominante e l’etica  del carattere, interiore,  fondata sui principi che difendono l’essenziale.  

Papa Francesco in questo discorso ha evidenziato la forza della vita e dei principi incarnati da Rosario Livatino.  C’è la  forza della santità di un giurista, di un magistrato, Rosario Livatino capace di offrire la sua vita per la giustizia e ora  capace di determinare gli argomenti del Papa stesso a tanti anni di distanza dal suo martirio. Questo è indicativo di cosa si possa fare concretamente perché un certo messaggio sia trasmesso.  La Chiesa con il martirio (martyr vuol dire testimone e c’è anche un altro martirio più mite e quotidiano, quello della pazienza) dei suoi componenti, siano più o meno consapevoli di questa appartenenza, può continuare  ad essere per tutti una sorgente di fede per i credenti ed una  autorità morale per tutti. Seguendo l’esempio di Livatino: un uomo di riflessione profonda sul rapporto tra fede e diritto, di preghiera, di fedeltà e azione coerente. Si deve cercare il dialogo nell’ascolto e nell’amore ma anche  fedeltà, fermezza e comunicazione su verità e principi come ha fatto Rosario Livatino. E ha cercato  di avere prospettiva coerente, vissuta, credibile per quel che è possibile,  in tutti campi del vivere civile. Poi ognuno ha le sue fragilità ma le cadute frequenti non dovrebbero trasformare eccezioni in nuove regole.  Regole tradizionali sono state spesso accantonate  per non dispiacere alle maggioranze dimenticando il loro ruolo essenziale di difendere preventivamente le  persone, specie le più deboli. Penso che la persona più presente nell’aula Clementina del Vaticano era quella apparentemente assente ma in realtà più portavoce che mai: il magistrato e martire Rosario Livatino che ha ispirato quell’associazione che ha organizzato l’incontro. Com’è successo questo cambiamento che ha visto Papa Francesco così  impegnato, nonostante le pressioni a cui deve essere sottoposto,  a  custodire il deposito non solo nell’amore ma anche nella verità? Forse  si è vista la potenza e la resistenza trasmissibile  di un principio vissuto e testimoniato da Livatino e ormai espunto dai desideri personali di tutti, anche dai giuristi: vivere l’amore alla verità fino al tempo necessario del sacrificio di se stessi, spesso frazionato nelle fatiche quotidiane. Rosario Livatino è stato portacroce per essere ora portavoce silenzioso presso il Papa. Poi anche la Verità impersonata da Cristo ha le sue sorprese: riesce ad amare i nemici (i nemici, non il male! Gesù  quando gli danno uno schiaffo chiede spiegazioni… non è la resa incondizionata ma la difesa senza rancore mantenendo un atteggiamento sempre determinato, costruttivo e riparativo). L’amore per i nemici è forse la Verità più e sempre nuova  di Cristo, quella che tutti, conservatori o progressisti, tendiamo ad accantonare e da cui invece bisognerebbe sempre ripartire. Come da un’individuale Apocalisse…

 

per i giorni: 21 settembre in memoria di Rosario Livatino

stato post: bozza da rivedere

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