Articoli, Possibilità

La pandemia: le trasfusioni della speranza. Il lavoro con lo spirito migliore, quello di Giuseppe

 

Non piangere, sono stato anch’io un uomo*

Oggi pensavo alla sofferenza nel lavoro dove ci sembra, qualche volta, di non essere ascoltati e capiti. A maggio 2020 a questo problema si aggiunge il pericolo di una malattia invisibile, il Covid-19,  di cui possiamo essere tutti portatori. Ma è arrivata in questi giorni anche   la bella  notizia per cui chi è riuscito a vincere la malattia può dare il suo sangue e in questo modo ha aiutato  altri a vincere la malattia. Il sangue trasfuso contiene gli anticorpi formatisi nel paziente già guarito dal Covid-19.

L’evento che si è verificato può essere  valutato  antropologicamente, un po’ dall’alto:  è un  rovesciamento del contagio. Quando, pur usando tutti i dispositivi di protezione,  una persona è contagiata poi involontariamente  diventa strumento  del male e può contagiare altre persone. Quando, inversamente, la persona guarita  lascia  che si effettui il prelievo del suo sangue e il plasma viene immesso in una persona malata fa consapevolmente del bene. Conosco persone che appena guarite ben volentieri hanno fatto questo gesto. Si tratta di una grande Speranza. 

Resta sempre, nel lavoro, la lotta contro la fatica, la dissipazione, la difficoltà di comunicazione. Molti hanno trovato un supporto nella loro fede religiosa. Nel cristianesimo il figlio del falegname ha attraversato la sofferenza fino alla fine, circondato  da persone che, al momento cruciale, lo avrebbero abbandonato e rinnegato. Mi è venuta in mente un’illustrazione che avevo trovato in un giornalino “Dimensioni nuove” che avevo letto tanto tempo fa:  il Cristo consolava l’uomo della società post-industriale con queste parole: “Non piangere, sono stato anch’io un uomo”

Nella stessa direzione ho trovato il sottostante brano in un libro del grande filosofo Jean  Guitton,  e spero, riportandolo, di poter condividere l’emozione spirituale provata . C’è il riferimento alla sofferenza che non riesce a trovare consolazione. In questo quadro perenne dell’umanità in difficoltà si incarna e si eleva la figura di  Cristo che ha detto, prima di morire crocifisso, di dare il suo sangue per noi. In questo slancio irresistibile si è aperto un varco sulla storia chiusa davanti al muro della morte. Senza quella parola e l’esperienza di Cristo crocifisso, morto e risorto  non resterebbe che piangere senza alcuna vera gioia o consolazione. Come ha rilevato il giurista Capograssi in un saggio straordinario, Suicidio e preghiera, il divertimento è solo una fuga continua con la quale non si affronta la realtà e il proprio compito da svolgere

 

“Credo che sarebbe possibile sviluppare ulteriormente dentro di noi la coscienza dell’incarnazione e la consapevolezza del suo rapporto con la vasta famiglia degli uomini. Il lavoratore, ovvero l’uomo nella sua dimensione attuale, si fa luminoso nel Cristo incarnato.

Una volta lei mi aveva illustrato i sacramenti nel loro rapporto con la vita comunitaria della Chiesa. Serve un rito per iniziare; un altro per ricominciare, se si è usciti; un altro perché la comunità possa prolungarsi santamente nel corpo e nello spirito attraverso il matrimonio e l’ordine; un altro, infine, perché essa possa pascersi di unità ed eternità, saziarsi del suo fondatore e del suo consumatore. È stata scelta la cifra di sette, Ma come mi faceva notare, si sarebbe potuto benissimo scomporre il sacerdozio in tre sacramenti, o viceversa evitare lo sdoppiamento dell’iniziazione, o fare dell’estrema unzione una penitenza ultima. Il numero sette è simbolo di pienezza. Io perseguo questa idea. Penso che i suoi gesti fossero tutti altrettanti misteri: la lavatura dei piedi, la benedizione dei bambini e del pane, le conversazioni a due lungo la strada, il lavoro da falegname, la lettura delle Scritture nella sinagoga. E poi il sonno, la veglia, la stanchezza, le varie forme di tormento. Credo che se andassimo al fondo della questione, vedremmo calare sul lavoro, sul dolore, su questa umanità comune che i marxisti riscoprono e onorano, la luce nella quale è opportuno vederla. Noialtri devoti, forse per un residuo di giudaismo, abbiamo talora la tendenza a porre limiti al dono divino. Chi sa che nell’epoca prossima ventura i dottori e i santi non aiutino a penetrare, a schiarire ulteriormente questa presenza del divino nell’umano, che è il frutto dell’Incarnazione. Se è capitato una volta che la fame, la sofferenza, l’amicizia, il sonno, il riposo fossero assunti dalla persona divina, allora ogni nostro sentire di uomo si ammanta di un valore sacro, non solo quando è ostentato nella Chiesa, ma quando si cela in quella chiesa concisa che ogni uomo incarna per il fatto di possedere una natura umana onorata dal divino”(Jean Guitton in uno dei suoi libri dedicati  al suo maestro Monsieur Pouget)

Affidiamo questa natura umana talvolta sofferente, ma onorata dal divino,  ad un santo, a San Giuseppe lavoratore che si ricorda il 1 maggio. Anche San Giuseppe potrebbe dirci quelle parole di consolazione appena citate. Il grande giurista Capograssi (foto) così lo descriveva: “…menò la più singolare la più meravigliosa delle vite…chiuso nel lavoro assiduo, e nell’amore delle cose divine che vedeva avvenire nel suo tugurio miserabile (Giuseppe  Capograssi alla fidanzata Giulia Ravaglia 22.III.1919)

Applicativi: la possibilità illustrata nella Tradizione giudaico cristiana di rovesciare, nell’amore, nel sacrificio personale, certe dinamiche negative, sia nella salute che nel lavoro, è una grandissima risorsa e agisce anche nell’inconsapevolezza dei protagonisti. Riprendere il rispetto e la riverenza verso certi elementi sacri, intangibili nella vita (non necessariamente collegati ad una religione ufficiale) potrebbe aiutare, forse, anche a  prevenire o attenuare se non addirittura sconfiggere certe pandemie.

Temi: pandemia, guarigione, offerta del sangue, antropologia, Guitton, Capograssi,  il sacro.

stato del post: bozza provvisoria

*Da una vignetta artistica degli anni Ottanta in cui un Cristo con il volto mostra sofferenza per il lavoro e dice questa frase all’uomo alienato.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *