Articoli, Possibilità

Un senso alla vita: il segreto nelle relazioni…

…da  attori come Malkovich,  dai santi Girolamo,  e Pier Damiani, da giuristi autorevoli come Carnelutti e Capograssi, da imprenditori come Musk…

Il sogno di Giuseppe

Che il vostro lavoro sia avvincente e originale. Che sia profondo, toccante, contemplativo, unico. Possa il vostro lavoro aiutarci a pensare, aiutarci a domandare che cosa significhi essere umani, e che questo pensiero possa essere sostenuto col cuore, con la sincerità, con il candore e con la grazia.
Che possiate superare le avversità, la censura, la povertà e il nichilismo, che molti di voi sicuramente saranno costretti ad affrontare. Possiate godere di talento e di rigore, per insegnarci il battito del cuore umano in tutta la sua complessità, con l’umiltà e la curiosità necessarie per rendere tutto questo il lavoro della vostra vita. Possa il meglio di voi – poiché sarà stato il meglio di voi, anche se solo per un attimo – riuscire a formulare la più essenziale delle domande: “Come viviamo?”
(John Malkovich, attore, citato da Sebastiano Zanolli)

 

(aggiornam. 1 maggio  2022)

La frase è suggestiva nel suggerire possibili stati di pienezza ma rischia di avere solo affetto  e non effetto senza il necessario scavo interiore. L’ attore che si dichiara ateo invoca sostanzialmente una presenza che salva, il candore e la grazia. Interessante rilevare come  Malkovich cerchi di superare non solo gli ostacoli materiali ma anche l’assenza di un fondamento,  il nichilismo. Sul piano dell’esperienza giuridica nel 2022 Natalino Irti sul Sole 24 ore sta superando quello che lui aveva teorizzato nei suoi libri , il nichilismo giuridico.

Non so poi se “come viviamo” sia la più essenziale delle domande come afferma il grande attore.Lo è se manca l’amore.   Altrettanto importante è cercare di capire il “perchè“(Simon Sinek). Peraltro queste domande e risposte sono collegate. Comunque quando la complessità del reale sembra prendere il sopravvento può essere vitale guardare al modo in cui stiamo guardando gli eventi. Nell’ultimo quadro  del grande pittore Caravaggio, dedicato a S.Girolamo, il traduttore della Bibbia, ci dà un’idea su come guardare alla vita, anche in tempi drammatici. Caravaggio secondo la tradizione Girolamo include drammaticamente nella rappresentazione la prova e il simbolo della propria mortalità: il teschio. Collocato sopra le Scritture oggetto della traduzione  lo sguardo del  teschio  sembra rivolto proprio a Girolamo.  Girolamo sembra quasi lasciare la penna al teschio e non sappiamo se c’è nel pittore e in Girolamo la consapevolezza che nella Bibbia si  rivela la voce di chi  non ha potuto parlare o non può oggi parlare. Chissà se, alla fine della vita,  sentendo la sua condizione ormai prossima di vittima innocente (qui il link) , impotente forse anche Girolamo ha intuito il significato di quel vocabolo misterioso che non aveva capito prima: Parakleitos. Il difensore delle vittime innocenti. Il difensore dei piccoli, il loro servitore. Scriveva infatti Girolamo:“questa è la differenza tra i capi delle genti e i capi dei cristiani: quelli dominano sui sudditi, noi invece li serviamo e siamo tanto più grandi quanto siamo più piccoli rispetto a tutti”. E quando si parla di piccoli si parla,  di situazione di grave fragilità e pericolo (cfr.  R. Girard) .

Anche oggi molti contenuti delle Scritture e ogni messaggio d’amore possono essere comunicati agli altri, con la traduzione, lo studio espresso e la  testimonianza silenziosa,  con parole e sguardi che sanno attenuare il dolore degli altri entrando nei loro drammi e nelle loro passioni. Girolamo si è fatto strumento di questa possibilità, non solo in modo attivo.

Tuttavia per far questo non basta la buona volontà. Secondo un racconto che riguarda Girolamo, la sua passività, in certi momenti è evidente che tutti prima dobbiamo essere aiutati:

Ben prima di diventare un sapiente e stimato esegeta, brillante consigliere di nobildonne dell’alta società romana, Girolamo aveva tentato un periodo di vita da eremita in una grotta del deserto di Giuda. Con la presunzione tipica dell’età, il giovane Girolamo si era dedicato con ardore alle molteplici forme di ascesi allora in uso tra i monaci. Ma i risultati si facevano attendere: il tempo gli avrebbe fatto presto capire che la sua vera vocazione era altrove nella Chiesa e che il suo soggiorno tra i monaci della Palestina ne costituiva solo il preludio. Tuttavia Girolamo doveva ancora imparare molte cose e intanto, da giovane novizio si trovava immerso nella disperazione: nonostante i suoi sforzi generosi, non riceveva alcuna risposta dal cielo. Andava alla deriva, senza timone, in mezzo alle tempeste interiori, al punto che le vecchie tentazioni, già così familiari, non tardarono a rialzare la cresta. Girolamo era scoraggiato: cosa aveva fatto di male? Dov’era la causa di questo cortocircuito tra Dio e lui? Come ristabilire il contatto con la grazia? Mentre Girolamo si arrovellava il cervello, notò all’improvviso un crocifisso che era comparso tra i rami secchi di un albero. Girolamo si gettò a terra e si percosse il petto con gesto solenne e vigoroso. E’ in questa posizione umile e supplicante che lo raffigura la maggior parte dei pittori. Subito Gesù rompe il silenzio e si rivolge a Girolamo dall’alto della croce: «Girolamo – gli dice – cos’hai da darmi? Cosa riceverò da te?». Girolamo non esita un attimo. Certo che aveva un sacco di cose da offrire a Gesù: «Naturalmente, Signore: i miei digiuni, la fame, la sete. Mangio solo al tramonto del sole!».Di nuovo Gesù risponde: «Ottimo Girolamo, ti ringrazio. Lo so, hai fatto del tuo meglio. Ma hai ancora altro da darmi?» Girolamo ripensa a cosa potrebbe ancora offrire a Gesù. Ecco allora le veglie, la lunga recita dei salmi, lo studio assiduo giorno e notte della Bibbia, il celibato nel quale si impegnava con più o meno successo, la mancanza di comodità, la povertà, gli imprevisti che si sforzava di accogliere senza brontolare e infine il caldo di giorno e il freddo di notte. Ad ogni offerta, Gesù si complimenta e lo ringrazia.Lo sapeva da tempo: Girolamo ci tiene così tanto a fare del suo meglio! Ma ad ogni offerta, Gesù, con un sorriso astuto sulle labbra, lo incalza ancora e gli chiede: «Girolamo, hai qualcos’altro da darmi?». Alla fine, dopo che Girolamo ha enumerato tutte le cose buone che ricorda e siccome Gesù gli pone per l’ennesima volta la stessa domanda, un po’ scoraggiato e non sapendo più a che santo votarsi, finisce per balbettare: «Signore, ti ho dato già tutto, non mi resta davvero più niente!». Allora un grande silenzio piomba nella grotta e fino alle estremità del deserto di Giuda; Gesù replica un’ultima volta: «Eppure Girolamo hai dimenticato una cosa: dammi anche i tuoi peccati affinché possa perdonarteli…».

Non si tratta solo di un invito alla fede, in particolare a credere alla propria incapacità, da soli,  di costituire amore,  verità e  bellezza ma una constatazione antropologica dell’insufficienza umana, già presente nella frase di Malkovich, “al candore e alla grazia”. Come è successo nel racconto evangelico a S. Giuseppe: prima rattristato per Maria inaspettatamente incinta e poi, grazie anche al  sogno, è stato capace di seguire le profonde ispirazioni dell’anima e custodire Gesù. Ha riflettuto, ha obbedito a questa ispirazione con ogni conseguente sacrificio per salvare le vite. Come illustrano i dipinti Georges de la Tour o alcuni dipinti di Tiepolo

 

 

 

 

 

 

Per percorrere questa azione qualcuno ce lo deve dire, nell’educazione, nella relazione. Qui un interessante invito all’ascolto, peraltro sempre presente in certe tradizioni. Per questo bisogna  qualche volta fare silenzio. Per ascoltare quella voce, quella che non ha la forza di farci sentire ma alla fine arriva. Quell’invocazione  diventa chiamata. Allora, in questo silenzio l’amore acquista contenuti specifici.

Secondo il giurista e comunicatore Scardovelli l’anima, sul piano giuridico, corrisponde ai principi costituzionali.

Ma anche dentro azioni oscure, per chi è aperto di cuore si trovano punti di illuminazione. Pare sia  successo anche a Saulo di Tarso. Scrive  mirabilmente anche Capograssi in uno dei passi più alti della sua sua saggistica:

“Il fatto fondamentale della storia dell’individuo è che l’individuo dispera del finito e chiede aiuto. È un fatto, che si trova tra gli altri fatti della vita, e che si riesca o non si riesca a spiegare, bisogna registrare. L’uomo chiede aiuto, esce dal finito per chiedere aiuto…”(in Suicidio e preghiera in Introduzione alla vita etica,  link al testo)

Poi il ruolo di oppresso e oppressore non appartiene solo agli altri. Sono funzioni mobili. Infatti Capograssi conclude:

“La pietà per l’oppresso e la pietà, forse più forte, per l’oppressore, è pietà per tutti gli oppressi e per tutti gli oppressori, e cioè per tutti gli uomini, dei quali ognuno è insieme oppresso e oppressore, schiavo e padrone insieme. La pietà è desiderio di pietà. Chi può avere pietà di tutti gli uomini? È necessario un cuore infinito per poter avere pietà di tutti”.

Da questa constatazione della mobilità delle figure di vittime e carnefici  nasce l’invito ad accettare, se inevitabili, anche le umiliazioni, un momento di mortificazione ma anche inatteso principio di liberazione.  Come ha mostrato Carnelutti

Nei nostri tempi ha fatto buon viso a cattivo gioco (o ottimo marketing?) anche Elon Musk umiliato ma non arreso davanti ai finestrini rotti del Suv Tesla o ai lanci falliti del programma Space X.

Dall’umiliazione e dalla consapevolezza della  propria finitezza si può riaprire una dimensione interiore meglio aperta alle altre persone. Come avevano compreso anche i grandi santi: come Pietro  o Pier Damiani, dottore della Chiesa. Pier Damiani  fece porre questo epitaffio sul sepolcro : “Io fui ciò che tu sei; tu sarai ciò che io sono. Di grazia, ricordati di me. Guarda con pietà le ceneri di Pietro. Prega, piangi e ripeti: “Signore, risparmialo!”C’è il problema in questo non solo di sopravvivere, di essere giudicati ma di trasmettere  qualcosa  che ci ha attraversato, un problema di relazioni essenziali che si basano anche su un oggetto essenziale nel quale far convergere la propria attenzione, è la propria voce.

Lo ha specificato  magistralmente Stephen Covey, come si possa creare una comunicazione di ascolto alla voce di aiuto che ci arriva. Nello schema meccanico trovato sul web si parla solo di un bisogno corporale  che fa girare l’economia, in realtà al centro c’è la tua voce,  quella legata al bisogno di vittime che meritano di essere ascoltate.

Ascoltando   si potrà aiutare e alla fine si potrà aiutare a trovare, per  noi e gli altri, una specifica  voce di risposta.

Allora il lavoro cambia nel suo aspetto come scrive Giuseppe Capograssi nel giorno della festa del lavoro: “celebrare il lavoro…limitazione, povera finitezza…. ma (anche) attività… amore… spontaneità, letizia… l’uomo fu condannato al lavoro… (ma) celebrare il lavoro significa celebrare la vita, l’amore, l’uomo come attività e come libertà: significa celebrare l’Amore infinito che ha (ri)creato l’uomo libero… capace di creare nuovi principi, cioè di essere a suo modo poeta anch’esso” (1 maggio 1922)

temi: il modo dello sguardo, servire, umiltà, aiuto, il cuore, povertà e limiti umani, cogliere visite inattese, gli aspetti migliori del lavoro come espressione della personalità umana

giorno: 1 maggio festa del lavoro; S.Girolamo (30 settembre), S.Pier Damiani  (21 febbraio) e S.Giuseppe (19 marzo)

Video: Qui un interessante video sulla capacità umile, nella fermezza, di aprire una via creativa: 

Applicazioni: si può fare attenzione all’essenziale indistruttibile, non dare troppo importanza alle mortificazioni spesso legate al fatto che stiamo dando troppo importanza all’ego, alle cose. Anche nella consapevolezza della mortalità e della fragilità della vita guardiamo oltre, al dono che possiamo fare agli altri, anche  nella miglior difesa possibile di interessi meritevoli di tutela

stato del post: bozza ristrutturata nel 2022, da rivedere

Taggato , , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.